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Penso che fare il poliziotto o il carabiniere non sia semplice. Però…

di Giovanni Dozzini

Penso che fare il poliziotto – o il carabiniere – non sia semplice. Gestire il diritto di esercitare la violenza in nome dello Stato è un compito impegnativo, che implica responsabilità enormi. Le donne e gli uomini in divisa dovrebbero essere scelti tra le persone più equilibrate e ragionevoli della comunità.
Non so se sia sempre così.
Di sicuro ai cittadini non resta che fidarsi di questa gente che se ne va in giro armata, e con la quale si trova in un rapporto di potere plasticamente asimmetrico.
Rispetto alla vicenda terribile di Abderrahim Fakir non c’è molto di originale da dire. Io mi chiedo solo di cosa staremmo parlando, adesso, se quel video non esistesse. Mi chiedo di quanti video come quello avremmo avuto bisogno per parlare di vicende – una quantità sterminata di vicende – probabilmente altrettanto terribili.
Dopo Genova naturalmente il mio atteggiamento nei confronti delle forze dell’ordine è cambiato. C’è una piccola cosa molto concreta che faccio da allora. Se mi trovo in una situazione in cui la polizia o i carabinieri stanno arrestando qualcuno, mi fermo a guardare. A distanza debita, per non mettermi in pericolo, ma abbastanza ridotta da farmi vedere. Non giro video col cellulare, solitamente non dico niente. Guardo e basta. Ogni volta, l’ultima a Milano un paio di mesi fa, a essere fermate o arrestate erano persone migranti. Era importante che mi vedessero anche loro, che capissero, in caso di necessità, di non essere soli. Poi, certo, nel momento in cui salgono in macchina e vengono portati via entrano in un buco nero purtroppo insondabile. Ma intanto, finché posso, io esercito una forma di controllo che per me ormai è un dovere civico ineludibile.
Fin qui l’unico vero abuso di cui sono stato testimone risale a quasi vent’anni fa, un caldo pomeriggio di luglio ai Fori Imperiali. Una ragazza sconosciuta che si trovava lì con me litigò con i poliziotti e fu portata via insieme al venditore ambulante bangladese o pakistano che avevano trattato in malo modo. L’ho già raccontato un paio di volte, anche qui: andai a cercarli in due commissariati di Roma, ma non ne trovai traccia. Forse non ebbi sufficiente prontezza di riflessi: non me ne sono ancora fatto una ragione.
Nonostante quel fallimento, o proprio per quello, quando mi capita di assistere a un arresto io mi fermo, guardo, e mi faccio vedere dagli uni e dagli altri.