di Antonello Tacconi
La scelta del tecnico della Nazionale di calcio che ha tenuto banco in questi giorni è l’ennesimo episodio quasi al limite della farsa che risulta termometro del calcio nostrano e non solo. Per iniziare questo abbiamo voluto parafrasare il titolo del famoso romanzo di Gadda, non per la trama che non ha nulla a che vedere con la storia originale, ma perché racchiude in sé una vicenda che veramente è stata un pasticcio e che avviene soprattutto nella dimensione romana di amicizie e vedremo il perché. Se vogliamo trovare un inizio a questa vicenda, bisogna partire dalla recente eliminazione dell’Italia dai mondiali con il record negativo di tre assenze consecutive nella massima manifestazione del calcio planetario. L’eliminazione degli azzurri dai mondiali aveva portato tutta l’Italia calcistica ad interrogarsi sulla crisi del calcio italiano, con tanto di interventi politici e soluzioni bipartisan per trovare cause e soluzioni all’onta di un calcio non più rappresentativo a livello internazionale. L’effetto immediato di questa crisi si era materializzato con le dimissioni del presidente Gravina e l’insediamento del “manager” Malagò, fresco dei successi di gestione dell’Olimpiade invernale Milano – Cortina. Chi meglio dell’ex dinamico presidente del CONI poteva assumere questo incarico per risanare i mali del calcio italiano? In parallelo alle dimissioni di Gravina arrivavano quelle del commissario tecnico Gattuso e del suo staff. Cosicché la prima e “simbolica” mossa del nuovo presidente, quasi a mò di cilicio punitivo per il nostro calcio, è stata quella di dare ad interim la nazionale maggiore al tecnico dell’under 21 Silvio Baldini per “coprire” le due amichevoli di Grecia e Lussemburgo. Il tecnico toscano insediato, azzerava tutta La Rosa, convocando tutti giocatori di serie minori o semisconosciuti. E non lesinando critiche al sistema, portando Baldini a dire testualmente che il calcio in Italia è in mano a dei “….lestofanti…”. Insomma, quello di Baldini è subito sembrato un profilo di un tecnico di rottura sotto ogni punto di vista ma con il “difetto” di non avere un forte pedigree, di non avere peli sulla lingua e di non essere allineato all’establishment. Con l’interregno di Baldini terminato con le due amichevoli sopracitate, comincia il totoallenatori della nazionale maggiore. E qui inizia il “pasticciaccio” firmato Malagò. Innanzitutto il massimo dirigente federale non parte subito dall’allenatore ma da una figura atipica come il direttore tecnico. Una sorta di deus ex machina dotato di superpoteri e capace di risanare i problemi della nazionale ma soprattutto di indicare il nome del nuovo commissario tecnico. La scelta di Malagò del direttore tecnico cade su Paolo Maldini, uomo di sport e di esperienza dirigenziale comprovate. Maldini arriva e pone le sue condizioni, tra le quali quella di portare con sé un fidato scudiero come l’ex calciatore Leonardo, suo compagno di squadra ai tempi del Milan. Ma dove inizia il pasticciaccio sono le indicazioni formato diktat sui nomi per la panchina azzurra. Il primo è quel Guardiola che diventa una pista affascinante ma anche costosa, con cifre di ingaggio che si aggirano sui venti milioni di euro. Più una suggestione che realtà che lo stesso Pep smonta subito rinunciando elegantemente all’offerta. Ed ecco allora che spunta un timido contatto con Ancelotti, con il piccolo particolare che il tecnico di Reggiolo è ancora legato da contratto con la federazione brasiliana, pertanto impossibile da ingaggiare. Ed ecco allora l’altro nome che Maldini impone sul tavolo di Malagò, ovvero quello di Andrea Pirlo che fa storcere il naso a tanti, forse allo stesso presidente federale, poiché non viene da esperienze esaltanti di panchina. Ma probabilmente, questo non lo sappiamo, non è nei piani di Malagò dal momento che nella sua testa ci sono ben altri profili, se non uno in particolare. Ma con buon viso a cattivo gioco, Malagò accetta Pirlo e convoca una surreale conferenza stampa insieme a Maldini e Leonardo, con tutti in piedi in una presentazione che vuole essere il crisma definitivo sulla nuova scelta tecnica per la nazionale maggiore. E qui entriamo nel climax del pasticciaccio con la scoperta che “Pisolo” Pirlo è legato da contratto di sponsorizzazione ad una società di scommesse sportive russa. Si scatena il putiferio, con Malagò che fa marcia indietro sulla nomina di Andrea Pirlo, probabilmente perché il presidente federale pressato dai vertici della politica nazionale, se non da tutta, per una scelta che va a cozzare con l’attuale orientamento dei palazzi del potere sulla politica internazionale soprattutto con l’ostracismo nei confronti della Russia putiniana. Ovviamente su questo aspetto ognuno può avere e farsi una sua opinione, ma facciamo solo notare come tale scelta della nostra federazione cade proprio quando il CIO sta per decretare la riammissione degli atleti russi alle competizioni sportive internazionali, con particolare riferimento alle Olimpiadi di Los Angeles 2028. Ma l’altra importante riflessione che ci sentiamo di fare è quello di quanto sia opportuno che la nostra politica intervenga così palesemente nelle scelte di una federazione calcistica e che quest’ultima si asservisca alla stessa, senza rivendicare un minimo di indipendenza in una scelta che doveva essere prima di tutto dettata da motivazioni tecniche. Se poi andiamo a scavare nei contratti di sponsorizzazione di molti nomi del nostro sport, non sappiamo quanto sia così “morale” la loro scelta. Basti pensare ad esempio ai contratti di sponsorizzazione degli atleti con quelle multinazionali dell’abbigliamento che basano i loro ricavi su manodopera di paesi sottosviluppati dove gli operai sono malpagati, senza i minimi diritti sindacali e con gli stessi minori sfruttati senza nessun ritegno. L’unico dubbio che si poteva sollevare a Pirlo in tema di sponsorizzazione è su quanto sia lecito e corretto che un allenatore in attività possa avere un legame con una società di scommesse sportive. Chi ci dice, paradossalmente, che quell’allenatore o qualche suo amico o parente non sia tentato di scommettere su una partita della squadra che allena? Al netto di tutto questo, la marcia indietro di Malagò su Andrea Pirlo lascia molte perplessità per tanti aspetti ma soprattutto ha tolto allo stesso presidente federale il mal di pancia sui diktat di Maldini da lui stesso nominato. Con la conseguenza che lo stesso fresco duomvirato Maldini – Leonardo si dimette all’indomani della scelta di Malagò di far saltare la panchina di Pirlo per la Nazionale. Soprassediamo sullo scambio di accuse tra Malagò ed il ministro Abodi su chi era stato il campione della migliore figuraccia. Altro teatrino del quale avremmo sicuramente fatto a meno, almeno per non dare nuovi motivi di umorismo all’opinione sportiva internazionale. Resta il fatto che il pasticciaccio di Malagò continuava e si tingeva inevitabilmente di “romanesco” quando la scelta del presidente federale cade sul primo suo grande “amore” mio troppo celato. Stiamo parlando di quel Roberto Mancini che tre anni orsono, da commissario tecnico in carica. sbatté la porta in faccia ai colori azzurri alla vigilia delle qualificazioni ai mondiali di calcio per accettare di allenare dietro una montagna di soldi arabi. E qui entra in gioco la dimensione dei circoli sportivi della capitale, in particolare quello dell’Aniene, di cui Malagò ne è stato presidente per molto tempo e frequentato dallo stesso Mancini. A detta dei frequentatori, i due hanno cementificato il loro rapporto di amicizia a suon di doppi a tennis, partite di calcetto e altre performance, in un clima di frequentazioni dei circoli da parte di ex calciatori, politici e personalità varie della capitale. Guarda caso, quello stesso circolo Aniene frequentato dal romanissimo Claudio Ranieri fresco di nomina da direttore tecnico della FIGC da parte di Malagò. Insomma un cerchio che si apre e chiude proprio entro i confini capitolini e che però, per come si è arrivati a tale scelta, dà spazio a varie riflessioni e perplessità. La prima riguarda proprio come certe nomine, in ogni settore della vita pubblica del nostro Paese, siano sempre il frutto di intrecci e relazioni che talvolta hanno poco a che fare con un metodo che ponga come principio la competenza senza altri fattori; con tutto rispetto per i due sopracitati. Ma aldilà delle amicizie e della legittima stima per una persona, la scelta di Mancini risulta alquanto criticabile soprattutto sul fatto di aver richiamato in Nazionale uno che tre anni orsono aveva sbattuto la porta in faccia proprio alle maglie azzurre, preferendo i contratti milionari dei campionati arabi. Ma quello che lascia ancora più perplessi è la conclusione della vicenda della nomina del nuovo commissario tecnico della Nazionale, con un “pasticciaccio” che ha lasciato molti sgomenti per l’incapacità, il dilettantismo di gestione e la pessima figura che ancora una volta il nostro calcio ha fatto a livello internazionale, dopo che già siamo fuori da tre mondiali giocati . Non serviva quest’altra pessima figuraccia che pone anche alcuni dubbi ed interrogativi. In primis su quanto il calcio nostrano sia realmente slegato dai giochi di potere, dalle relazioni tra amici degli amici e anche e soprattutto dalla politica nella sua faccia peggiore . Forse più che guardare al terreno di gioco e all’eccessivo numero degli stranieri nel nostro campionato, il calcio italiano dovrebbe essere riformato proprio partendo dalla stanza dei bottoni, da quei palazzi spesso occupati ciclicamente dagli stessi soggetti e soprattutto da personaggi che ci viene il legittimo dubbio se abbiano più a cuore i propri interessi e poltrone che una reale convinzione e passione nel ripensare il sistema calcio nel nostro paese. I risultati sul campo partono anche da una organizzazione la cui efficienza inizia dal fuori. Se il calcio italiano rimarrà prigioniero di vecchie logiche di potere e di guerre interne tra federazioni e leghe, a nostro modesto parere, ben poco spazio ci sarà per la voglia di cambiare e di riportare almeno la Nazionale nel Pantheon del calcio mondiale. La vicenda della nomina del nuovo commissario della Nazionale, per come ci si è arrivati, ha dimostrato come la strada per riformare il calcio italiano e riportarlo fuori dalle paludi sia ancora lunga e, purtroppo secondo noi, ricca ancora di insidie e “pasticciacci” di ogni tipo.
QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE VIA ALLEGRI
















