C’è un momento preciso in cui il fact-checking smette di essere uno strumento di tutela della verità e diventa qualcos’altro. Un atto politico. Un filtro ideologico. Una forma di censura travestita da neutralità. Quel momento, per molti, è arrivato con il trattamento riservato ad Alessandro Barbero.
Uno degli storici più autorevoli del Paese, un intellettuale che ha fatto della divulgazione rigorosa e accessibile una missione civile, è stato messo sullo stesso piano di complottisti da social network, di negazionisti della scienza, di propagatori seriali di fake news. Etichettato, limitato, delegittimato.
Non per un errore fattuale. Non per una falsità dimostrabile. Ma per un’interpretazione politica.
Barbero ha espresso un giudizio critico sulla riforma della giustizia e sulla separazione delle carriere, sostenendo che essa rafforzi il primato della politica sulla magistratura. Un’opinione. Fondata. Argomentata. Peraltro coincidente, nei fatti, con quanto dichiarato apertamente dallo stesso ministro Nordio, che rivendica proprio questo obiettivo come tratto qualificante della riforma.
Eppure, quando lo dice Barbero diventa “disinformazione”. Quando lo dice un ministro, diventa “programma di governo”.
È qui che il problema smette di riguardare un singolo episodio e assume una dimensione sistemica.
Negli stessi giorni in cui contenuti di uno storico vengono segnalati o limitati, circolano liberamente – senza alcuna etichetta, senza fact-checking, senza interventi – materiali di propaganda di Fratelli d’Italia sul referendum. Contenuti che collegano arbitrariamente la riforma all’immigrazione, evocano una fantomatica “magistratura rossa”, promettono effetti che la riforma non prevede e non può produrre.
Falsità verificabili. Manipolazioni evidenti. Eppure intoccabili.
Questo è il doppio standard che inquieta.
Non l’esistenza del fact-checking, ma il suo uso selettivo. Non la verifica delle informazioni, ma la punizione delle opinioni scomode. Non la lotta alla disinformazione, ma la normalizzazione della propaganda di governo.
Quando la legittimità di una voce dipende non dalla solidità delle argomentazioni ma dalla posizione che occupa nel campo del potere, il problema non è Barbero. È il sistema informativo che stiamo accettando come normale.
A Barbero va la solidarietà di chi crede che la critica, soprattutto quando è competente e dichiarata, sia una risorsa democratica, non una minaccia.
In un Paese sano, lo si ascolterebbe e lo si discuterebbe. In questo, lo si etichetta e lo si silenzia.
Non chiamiamolo fact-checking.
Chiamiamolo per quello che è diventato.
Gracchus











