L’ultimo rapporto Caritas evidenzia una situazione sociale sempre più critica: in Umbria cresce il numero dei cosiddetti “lavoratori poveri”, persone che pur avendo un’occupazione non riescono a vivere dignitosamente. Secondo i dati riportati, il 27% delle famiglie che oggi si rivolgono alle mense e ai centri di ascolto percepisce un reddito da lavoro, un aumento impressionante rispetto al 3% di soli due anni fa. Ne abbiamo parlato con Franco Cesario, Segretario regionale di Rifondazione comunista dell’Umbria.

Segretario, i dati mostrano un forte aumento dei lavoratori poveri anche in Umbria: quali sono secondo te le cause principali di questo fenomeno?
I dati Caritas certificano quello che denunciamo da anni: il lavoro non è più garanzia di dignità. Le cause principali sono la precarizzazione strutturale del mercato del lavoro, i salari troppo bassi, l’esplosione dei contratti part-time involontari e intermittenti, e l’aumento del costo della vita che negli ultimi anni ha colpito in modo particolare le fasce popolari.
In Umbria, a questo si aggiunge una fragilità produttiva storica: deindustrializzazione, crisi delle piccole imprese, terziarizzazione povera e turismo stagionale. Molti lavoratori hanno contratti deboli, pochi diritti e retribuzioni che non tengono il passo con inflazione, affitti, bollette e mutui. È il risultato di trent’anni di politiche liberiste che hanno messo al centro la competitività delle imprese e non la qualità del lavoro.
Quali sono le maggiori responsabilità del governo nazionale?
Le responsabilità del governo sono enormi. In primo luogo, l’assenza di una legge sul salario minimo legale. In un Paese in cui esistono contratti pirata e settori dove si lavora per 4 o 5 euro l’ora, lo Stato non può restare neutrale.
In secondo luogo, la progressiva demolizione degli strumenti di contrasto alla povertà. L’abolizione del Reddito di Cittadinanza senza un’alternativa universale ha indebolito la posizione contrattuale dei lavoratori più fragili, costringendoli ad accettare qualsiasi condizione pur di sopravvivere.
Infine, una politica fiscale che continua a favorire rendite e grandi patrimoni, mentre i salari restano fermi. Senza una redistribuzione reale della ricchezza, la forbice sociale continuerà ad allargarsi.
Che ruolo pensi stia giocando il sindacato per contrastare questa situazione?
Il sindacato resta un presidio fondamentale di tutela collettiva, ma è evidente che oggi serve una fase nuova. Dove il sindacato è forte e radicato, le condizioni sono migliori; dove è assente o frammentato, proliferano sfruttamento e dumping contrattuale.
Occorre rilanciare la contrattazione collettiva, contrastare i contratti pirata e promuovere mobilitazioni più incisive. Allo stesso tempo, bisogna ricostruire una coscienza collettiva del lavoro: senza conflitto sociale e partecipazione attiva delle lavoratrici e dei lavoratori, il potere contrattuale rimane sbilanciato a favore delle imprese.
Quali interventi ritiene prioritari Rifondazione comunista contro la crescita della povertà tra i lavoratori e quali sono le proposte che avanza al governo regionale?
Per noi le priorità sono chiare.
Introduzione di un salario minimo legale non inferiore a 10 euro l’ora.
Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per redistribuire lavoro e ricchezza.
Stop alla precarietà e abolizione delle forme contrattuali più ricattatorie.
Piano straordinario di investimenti pubblici in sanità, scuola, trasporti e riconversione ecologica, per creare lavoro stabile e di qualità.
Politiche fiscali realmente progressive e tassazione delle grandi ricchezze.
Alla Regione Umbria chiediamo di utilizzare tutte le leve disponibili: clausole sociali stringenti negli appalti, sostegno alle cooperative genuine, contrasto al dumping salariale, istituzione di un osservatorio regionale sul lavoro povero e un piano per l’edilizia popolare per calmierare gli affitti.
Il lavoro deve tornare ad essere uno strumento di emancipazione, non una trappola di povertà. Se il 27% di chi chiede aiuto lavora, significa che il problema non è la mancanza di occupazione, ma la qualità e la giustizia del sistema economico. Ed è su questo che serve un cambio radicale di rotta.














